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Alimento

Tra degustare e bere c’è di mezzo anche la forma del bicchiere

Tra degustare e bere c’è di mezzo anche la forma del bicchiere di Ottorino Milesi

Uno stesso vino degustato in contenitori di fogge e materiali diversi assume valori diversi

Dall’ammasso ancora informe della prima crosta magmatica emersa alla superficie del pianeta terra e denominata Pangea, prese avvio la lenta separazione dei due continenti ancestrali Laurasia e Gondwana, quando già il manto verde dell’universo vegetale si era affermato nei suoi multiformi aspetti, tali da consentire il successivo sviluppo e insediamento zoologico.

Nell’inventario delle specie botaniche sciorinate spontaneamente dalla tavolozza di madre natura, ben presto si inserì con prepotenza anche il sarmento selvaggio e avviluppante che qualcuno assai più tardi, avrebbe battezzato col nome di “vitis”. Le bacche dei suoi frutti furono certamente utilizzate da animali e dall’uomo come nutrimento così come quelle di altre piante o anche di parti diverse della stessa pianta.

Era il tempo d’oro dell’immaginifico Saturno, ossia quello di una specie umana transumante e anticipatrice dell’insediamento stabile legato alla coltivazione della terra con piante apportunamente scelte. Per l’anagrafe geologica si era al crepuscolo del neolitico ovvero in quel periodo destinato a fluire lentamente nel rapporto iniziale della nostra odierna civiltà, anzitutto insegnando a far tesoro dei possibili metodi di conservazione di ogni eventuale frutto anche nelle mutate spoglie dei prodotti derivati dalla sua fermentazione.

E fu così che nacque lo splendido connubio vite-vino.

A qualcuno potrà sembrare enfatizzata questa affermazione, in effetti tuttavia se si esamina in dettaglio e per comparazione con altre bevande od altri cibi la ritualità, la sacralità, l’esaltazione artistica nelle sue più svariate espressioni letterarie, in poesia o in prosa, o in quelle pittoriche, scultoree, musicali, così come lo stesso insieme degli oggetti strumentali destinati alla conservazione, distribuzione e degustazione del vino, si deve concludere che nessun commestibile è stato tanto apprezzato e gratificato dal tributo umano di una palese e affermata espressione di riconoscenza.

Il passaggio dalla vite selvatica e spontanea a quella domestica e coltivata, dopo attenta e lunga operazione di selezione, può dunque assumersi come uno dei numerosi eventi che hanno contraddistinto la “civiltà” dell’uomo.

Gli studiosi tendono oggi a identificare le culla d’origine “storicamente” accertata della vite domestica con l’epicentro dell’altipiano mesopotamico-iraniano anche se alcuni accenni, ricavati ad esempio dai dialoghi di Confucio, (500 a.C.) sono espliciti nell’ammettere la personale inclinazione dell’autore stesso all’uso senza misura del vino, pur non arrivando a restarne confuso, lasciando intendere che siffatta bevanda fosse conosciuta e diffusa da molto tempo in Cina al punto da regolamentarne il consumo secondo la possibile capacità di “tenuta personale” al suo tasso alcolico.

Si può dunque tranquillamente accettare la tesi che dalla culla, o da più culle d’origine, la vite abbia trovato diversi areali di diffusione e di coltivazione al seguito di quel fiorire di “civiltà” alternatesi nel corso dei millenni sulla crosta del globo terracqueo.

Di “civiltà” comunque! Visto che attorno alla magica attrazione della vite e del vino sono ovunque fiorite espressioni multiple di alto contenuto artistico spesso accompagnate da spiritualità esoterica, dal mito e più ancora dal culto.

L’accostamento al vino viene nobilitato nel tempo da sollecitazioni sensoriali ben precise prima di formularne un giudizio di merito la cui enunciazione viene lasciata agli esperti che la esercitano con la vista, con l’olfatto e col gusto e con espressioni di qualificazione che oggettivamente attingono alla fantasia e al confronto di riferimento con le più disparate tonalità di colore, di profumo e di sapore.

La stessa strumentazione di assaggio e di degustazione, ma anche di abituale consumo, assume forme di elevata perfezione artistica e funzionale volte ad esaltare il contenuto attraverso la singolarietà del contenitore.

I reperti storici di queste multiformi “parafernalia” si possono evidenziare con riferimento agli usi ed costumi di più civiltà, all’impiego di materiali disponibili secondo le diverse epoche, alle capacità artigianali ed alle correnti inclinazioni artistiche, così come alle attuali espressioni della produzione di massa aggraziate e stilizzate nella ricerca della forma, dei volumi, delle luci e dei colori.

Il percorso storico tra reperti e attualità dei recipienti di mescita, di decantazione e dei relativi servizi per tavole signorili, o dello stesso umile e abituale impiego, è affascinante e ci conduce per mano attraverso il cammino delle civiltà più disparate.

I recipienti ricavati da ossa, talora umane, da zanne, da corno, da legno, sagomati a forma di coppe senza stelo, di caraffe con manico, di bicchieri con impugnature ergonomiche, sono sovente scolpiti, incisi, istoriati, adornati con castoni, con tarsie o filigrane fin dai tempi più antichi e le decorazioni più comuni si rifanno ad immagini di pampini e di grappoli intrecciati in flessuosi girali di foglie e viticci. Le coppe apode, in alabastro o in preziosi marmi, reperite negli scavi di Ninive o documentate ai posteri nelle stupende raffigurazioni scultoree di Kalhu, sono viva testimonianza del raffinato rituale della degustazione esaltata dalla premessa di una raccolta e contestuale meditazione sulle percezioni sensoriali.

Le “situle” metalliche destinate alla mescita del vino, presentato direttamente alle labbra dell’ospite dopo aver attinto il prezioso liquido del “cratere”, sono artisticamente lavorate e decorate pur nella loro funzionale concezione strutturale.

L’arte della decorazione pre-cottura del laterizio destinato a conservare, trasportare, mescere e degustare, trova vasta estensione nella civiltà egizia, cretese, greca, etrusca, fenicia e romana. I dipinti che preziosamente vi raffigurano l’epopea della vite e del vino sono oggi altrettante fonti documentali dell’importanza attribuita all’una e all’altro così come degli usi e dei costumi dell’epoca.

Dalle anfore ai kantharos, ai rithon, alle coppe, ai bicchieri egizi troncoconici, tutti i passaggi avvengono in recipienti funzionali e artistici dalla mescita alla degustazione finale.

Si sa infatti che lo spessore del coccio d’argilla mantiene la temperatura prescelta a lungo, esalta i sapori e il profumo della bevanda.

Nel 1° secolo a.C. Lucrezio Caro nel De Rerum Natura aveva affermato che gli odori sono provocati dal contatto degli “atomi”, emessi dalle diverse sostanze, con la superficie delle narici, ipotizzando che gli “atomi” tondi ne producessero di gradevoli e gli spigolosi di spiacevoli!

Ma il coccio non consente la perfezione dell’apprezzamento del vino in quanto esclude la percezione di uno dei suoi aspetti più caratterizzanti costituito dalle meraviglie delle sue diverse sfumature nelle stupende variazioni cromatiche.

Così si fa strada il vetro sino alla perfezione della trasparenza esaltata dal gioco di luci, sino all’apoteosi dei sinonimi di confronto presi a prestito dallo sfavillio delle più preziose fra le gemme conosciute per definire i colori dei vini.

Ma il perfezionismo della scelta impone d’acchito l’apposita razionale funzione delle forme e dei volumi del bicchiere più adatto per l’esaltazione delle prerogative di sollecitazione sensoriale del contenuto grazie all’idonea predisposizione del contenitore destinato agli specifici vini.

Non è da poco tempo infatti che il vetro si è imposto. Squisiti esempi di bicchieri modellati nella pasta fusa di vetro erano già conosciuti all’epoca dell’Impero Romano. Rari esemplari rimangono purtroppo data la fragilità del materiale impiegato! Sufficienti tuttavia a dimostrare come la scelta potesse orientarsi tanto verso l’espressione artistica quanto verso l’efficienza funzionale degli assaggiatori di mestiere.

I maestri veneziani segnarono una tappa inegualiabile nel binomio arte e bicchiere in vetro soffiato, privilegiando peraltro il valore formale rispetto al funzionale, Il 15 dicembre del 1575 la regina Elisabetta d’Inghilterra convinse il celebre soffiatore Giacomo Verzelini a trasferirsi a Londra per esercitare la sua attività garantendogli la protezione del brevetto.

Verzelini lavorò e si arricchì per ben 21 anni col risultato peraltro che alla fine del secolo successivo le vetrerie inglesi censite erano ottantotto e in piena competizione di mercato con quelle veneziane e ciò fino al 1810 allorchè la produzione con finalità decorative si assopì a confronto di quella sostanzialmente funzionale, di uso corrente e di massa.

La ricerca delle forme prevalse infine sull’espressione puramente artistica e fiorì all’insegna dello sperimentato concetto secondo cui uno stesso vino degustato in bicchieri di vetro di diversa forma assume gusti diversi, scoprendo nelle proporzioni e nell’arte dei volumi il segreto per esaltare profumi, gusti e spumantizzazione.

Lo stile dell’artista tuttavia trova ancora in questo caso la possibilità di esprimersi attraverso la perfezione formale del vetro nel “design” e la scelta del cristallo destinato ad esaltare nella luce gli incomparabili colori dei vini e le accattivanti percezioni sensoriali gustative.