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Viaggiare

TEAM FREERIDE ADVENTURE: LA CONQUISTA DEL MONTE AMARO; 2400 MT DI DISLIVELLO

Zaino, pronto. Bici, perfetta. Ansia, molta. Determinazione, infinita. Domani si parte. Per noi pugliesi, abituati ad una terra molto piatta, quella che stiamo per affrontare è una grande sfida. Sono mesi ormai che ne parliamo. Arriveremo sulla vetta di Monte Amaro! Spingeremo le nostre bici fin lassù… e ci godremo una discesa di 2400mt di dislivello! Per noi è un sogno che diventa realtà. Partiremo da 1350mt, saliremo 1440mt di dislivello. Dobbiamo farcela, è una promessa che ci siamo fatti.

Si parte. Incontriamo i trekker che ci accompagneranno. La loro presenza sarà preziosa: porteranno un po’ del nostro peso in modo da agevolarci la discesa e saranno per noi un appoggio fisico e mentale Durante il viaggio il pensiero è costantemente rivolto alla vetta. Non so quanta fatica dovremo sopportare, è la prima volta. Dall’autostrada si inizia ad intravedere da lontano il massiccio della Majella. Stiamo davvero arrivando. Concentrazione, ormai ci siamo.

Eccoci alla base della seggiovia, il nostro punto di partenza. Ci accorgiamo che in realtà siamo a 1100mt, abbiamo quindi altri 250mt di dislivello da affrontare. La salita completa è diventata di 1693mt, e non nascondo che questo mi preoccupa un po’. Fabio (l’ideatore di questa fantastica avventura) è teso, mi dice: “Non so se ce la faremo, la salita è diventata troppo lunga. Non voglio dirlo a nessuno per non scoraggiarli, ma temo che non arriveremo” “NO”, gli rispondo, “ce lo siamo promesso! Arriveremo in vetta. Dormiremo al Pelino, e le nostre bici saranno li fuori, ad aspettarci per la discesa. Ce lo siamo promesso, ognuno a se stesso. Stanotte saremo li!”

Dopo aver preparato tutto, tende comprese, montato le bici, iniziamo a capire che non possiamo tirarci indietro. Siamo un po’ tesi, ma la luna piena ci sorride. La montagna è con noi e in un abbraccio sembra consolarci. Tutto è in equilibrio. E’ quella forza che solo la montagna può trasmetterti. Iniziamo a conoscerci meglio. Molti di noi si sono conosciuti poche ora prima, e domani confivideremo fatica, gioia, sete, e la vetta.

La notte passa tranquilla, e la luce del mattino svela il primo tratto che saliremo. Sotto la seggiovia c’è la prima parte del sentiero. Una sterrata che ci inizierà alla nostra avventura. Oramai siamo tutti con gli zaini in spalla, la nostra bici accanto, i compagni trekker pronti. Nuvole basse e molto veloci iniziano a passare poco sopra le nostre teste e il tempo non sembra riservarci nulla di buono. Si parte. Il click click del cricchetto inizia a scandire in nostri passi. Ci accompagnerà per tutta la giornata. Sarà quel rumore diverso che non siamo abituati a sentire nelle nostre camminate in montagna. Sarà la nostra sfida.

Dopo i primi 15 minuti per “spezzare” il fiato, siamo ormai concentrati. E’ bello vedere tutti salire con un unico obiettivo, è una sicurezza che ci consola. Ci rende un gruppo, ci unisce. Passata la prima parte del sentiero, ci aspetta il primo strappo. Dobbiamo risalire un pista da sci seguendo uno skylift. La strada è molto ripida e bisogna solo scegliere se spingere sui sassi, o sui mughi. In realtà entrambe le decisioni si presentano difficoltose. Cerchiamo di salire a zig zag, alternando mughi e sassi. Rallentiamo un po. Inizio ad avere i crampi dopo appena due ore. Sono preoccupato, non voglio mandare in fumo nulla di tutto quello che abbiamo programmato. Ogni nostro gesto è gesto del gruppo. Rallentare vuol dire rallentare tutti. Fermarsi vuol dire fermare tutti. Non farcela vuol dire deludere tutti. Vincenzo scende per aiutarmi, mi svuota un po lo zaino. Mi sento quasi in colpa, ma ci sarà il momento in cui potrò fare lo stesso io. Dobbiamo essere uniti. La fatica condivisa ci unisce. Infondo siamo un’unica grande persona. Un’unica mente. Ognuno di noi è una spalla per gli altri. Non è cortesia, è condivisione. La fatica continua. Passo dopo passo, bici in spalla o a spinta, guadagnamo metri verso la prima sosta dopo lo skylif. Mi fermo, guardo verso la valle da cui siamo partiti. Respiro le nuvole. Siamo abituati a comprare tutto con il denaro. Emozioni di questo genere, però, sensazioni di liberà, condivisione con la grandezza della natura, vanno aquistate diversamente. La fatica del proprio cammino, la determinazione delle proprie azioni sono l’unico vero denaro per guardare tutto questo. Raggiungo gli altri che vedo essersi tutti seduti per riposare un po. Mi siedo. Basta un attimo per far si che la stanchezza mi venga completamente ripagata da quel prato verde diventato un comodo riposo. Uma mandria di cavalli si avvicina. Sembra facciano parte del nostro gruppo. E’ incredibile la naturalezza con la quale accettatano la nostra presenza. Ci danno motivo per andare avanti.

Continuiamo per un tratto poco pendente. Attraversando valli infinite, refrigerati da un cielo per fortuna coperto, siamo quasi a metà della spedizione. Iniziamo a sentire un po di stanchezza, ma meglio proseguire un altro po’ prima di fermarci per mangiare qualcosa. Sono le due del pomeriggio, camminiamo dalle otto, è arrivato il momento di concedersi una pausa.

Dopo circa 45 minuti, dopo esserci riposati, dopo che qualcuno di noi ha ceduto al sonno, si decide di ripartire. Ci alziamo come se uscissimo da un breve letargo, cercando di stendere quei muscoli che credevano finita la fatica. Poco per volta, come una colonna di grandi formiche, la carovana di zaini riprende a camminare. Puntiamo verso il vallone di femmina morta. Ci sorprende un paesaggio che non credevo di trovare. Una valle infinita. Qualche mucca in lontananza si aggiunge alla compagnia dei soli massi. Ci stiamo avvicinando sempre di più. Lo vediamo. Di fronte a noi la vetta di monte Amaro. Imponente, grandiosa, sembra quasi finta. Dopo circa tre ore di cammino arriviamo all’ultimo strappo. Mancano solo 90 metri di dislivello alla vetta. Sinceramente ci culliamo un po nel sapere che manca poco. Abbiamo una incredibile voglia di arrivare, ma allo stesso tempo mi dispiace far terminare questo lungo cammino. L’ultimo tratto è davvero ripido e pieno di pietre. Testa bassa, spingi. Si scivola. Le ruote della bici affondano in quell’infinito ghiaione. Testa bassa, spingi. Vedo solo la mia bici, lo sguardo sui miei passi. Il rumore del cricchetto, i miei passi su quei sassi, il respiro piu affannoso. Spingo. Manca davvero poco, spingi. Spingo, alzo gli occhi. Senza volerlo sento tendersi le mie guance. Credo di avere un sorriso mai avuto prima. Tutta la stanchezza sembra venir fuori dalle gambe, e trasformarsi in felicità. La montagna mi sorride, mi abbraccia. Guardo vincenzo : “Eccolo, lo vedo”. Dopo l’ultima roccia dove Nico e Fracesco ci aspettavano, vedo spuntare una macchiolina arancione. Passo dopo passo prende forma la tanto desiderata cupola del Pelino. Siamo arrivati! Non appena ci ritroviamo tutti davanti al pelino, non possiamo far altro che sfogarci in un fraterno abbraccio. Ci diamo pacche sugli zaini che ormai sembrano parte di noi.

“Ce l’abbiamo fatta! Stanotte dormiremo in vetta! Visto Fabio? Ce l’abbiamo fatta!”

Peccato che ci siano tante di quelle nuvole da non riuscire a vedere nulla al di là dell’ultimo tratto della salita. Ora non possiamo fare altro che riposarci. Domani ci attende una lunga discesa, la più lunga mai fatta nella nostra vita. La discesa guadagnata con più fatica. Sistemiamo i sacchi a pelo, ci stendiamo, gli occhi si chiudono, e dentro di noi siamo già in sella alla nostra bici, mentre fuori inzia a piovere.

É l’alba. Quello che mi si presenta davanti agli occhi è quanto di più grande io possa immaginare. Sono a 2793 mt, fa un freddo cane, ho dormito poco, ma davanti a me, però, forse a 100km di distanza, c’è il mare. Tra un po’ sorgerà il sole. Alla mia destra vedo il Gran Sasso, e poi la luna. Dietro di noi valle di femmina morta. Questo immenso panorama basta a ricaricarmi. Voglio dare il buongiorno a questa montagna che mi ha ospitato questa notte. Tra un po’ la saluterò, e mi regalerà il più bel ricordo che abbia mai avuto.

C’è gente arrivata durante la notte che è dovuta rimanere fuori. E’ venuta per veder l’alba. Siamo tutti imbambolati ad aspettare che sorga. Tutti rivolti verso il mare. Tutti in silenzio. Tutti in attesa. Ecco il primo puntino arancione. Il sole ci saluta. Sale velocemente. I primi raggi ci riscaldano. Tutti si preparano alla discesa con gesti automatici e una concentrazione che in realtà nasconde un po’ di tensione. Salutiamo i trekker, loro scenderanno per il percorso di andata mentre noi affronteremo i 2400 mt di dislivello negativo fino a Fara S. Martino. Il cielo è terso e si preannuncia una giornata splendida.

Si parte. L’eccitazione è fortissima, puntiamo verso la discesa. La prima parte è un grande ghiaione che affrontiamo con un po’ di difficoltà siamo ancora freddi. E’ strano scendere non da un sentiero ma da una enorme montagna. Non c’è nulla che ti giuda. Accarezzi la cresta, ti fai accompagnare da lei. Ci fermiamo appena vediamo il rifugio Manzini. Davanti a noi la Val Cannella . Rimaniamo fermi a guardarla. “Guardatela, e tenete bene a mente questa immagine” dice Fabio, “dobbiamo ricordarcela per sempre”. Di sicuro sarà così.

Continuiamo a scendere. Il sentiero è segnato da qualche paletto nell’infinito ghiaione. Ognuno di noi è libero di seguire la strada che preferisce. Sono dietro. E’ bellissimo vedere i miei cinque compagni scendere sparsi. Assomiglia ad una danza in un teatro che non ha confini.

Dopo il rifugio ci si presenta un tratto di massi compatti. E’ difficile andare fluidi, troppi cambi di direzione, molti passaggi da fare quasi da fermi. Si è solo concentrati nello scegliere il punto migliore dove mettere le ruote.

Lo zaino sulle spalle è un peso che non siamo abituati a portare, dobbiamo riassettare l’equilibrio che siamo abituati ad avere. Per fortuna questo tratto non dura molto, e imbocchiamo un sentiero stretto un pò più battuto che alla fine gira verso sinistra dietro una collinetta, e vedo scomparire chi è davanti a me. Imboccata la curva un grande piano con molti avvallamenti è il prossimo tratto da passare. Si puo aprire un po il gas.

Quasi dispiace accellerare e aumentare il distacco dalla vetta sulla quale eravamo fino a poco tempo prima. In fondo vediamo l’inizio del bosco che dovremo attraversare. Prima dobbiamo passare un altro ripidone infinito di massi. La bici galleggia. Sento i sassi schizzare ai lati del mio passaggio. Fa molto caldo e finalmente intravediamo il sentiero che ci immetterà nel bosco. Un sentiero stretto delimitato da grosse rocce. E’ un divertente toboga tra rocce e ghiaia, non troppo stretto e abbastanza veloce. Passato questo, ci concediamo una pausa, anche perché dobbiamo aspettare i cameramen che ci stanno seguendo a piedi.

Il tratto che precede il bosco è un divertente single tra rocce, piccoli faggi, ed un terreno più battuto con pietraie più compatte. Ci lasciamo alle spalle i tracciati scoperti ed iniziamo a vedere un po di bosco. Il primo tratto è un grande pratone con gruppi di alberi sparsi. Ci fermiamo e ci voltiamo alle nostra spalle. Monte Amaro è li difronte a noi. Poche ore prima eravamo su quell’imponente vetta. Sembra incredibile quanto è stata lunga e faticosa l’ascesa per trovarci poi in così poco tempo ad ammirare quello spettacolo da 1000mt più in basso. Dovevamo aspettarcelo, sentiamo già la mancanza delle nuvole.

Oramai siamo nel bosco. Tutto quello che ci circonda è completamente diverso da quanto visto fino a quel momento. Abbiamo lasciato i ghiaioni, i massi e siamo immersi un un fitto faggeto. Le foglie danno lo stesso effetto di galleggiamento. Il bosco è selvaggio, e siamo costretti in uno slalom tra i massi sempre presenti. L’aria è umida e tutto sembra un po’ piu familiare. Ci fermiamo per qualche ripresa. Silenzio. Passa il trenino dei miei compagni. Il silenzio di quel momento è interrotto solo dal rumore delle gomme sulle pietre e sulla breccia. Se avesse avuto gli occhi, credo che il bosco si sarebbe divertito molto nel vederci scendere lungo i suoi stretti sentieri.

Siamo fuori dal bosco e ci aspetta l’ultimo tratto. Il primo di una seria di curve strette tra rocce su un singletrack di ghiaia così sottile da far spesso affondare le ruote non appena si rallenta un po. Finito questo selvaggio toboga siamo ormai al termine. Entriamo in una gola altissima. Sembra di aver fatto la discesa in un enorme imbuto ed essere ormai arrivati al vortice finale. Le pendenze si affievoliscono, possiamo rilassarci un po’. L’attraversamento della gola è breve e finalmente arriviamo all’ultima fonte prima di raggiungere i trekker che ci stanno aspettando. Siamo partiti la mattina con appena un litro d’acqua a testa. Inutile descrivere con quanta velocità ci siamo disfatti delle protezioni e di ogni altro peso per correre verso quell’acqua.

Siamo felici, ma nessuno vuol dire che è finita. Ci godiamo questi ultimi minuti in compagnia di queste montagne e con tutta calma ci dirigiamo verso la fine del sentiero, che prima di sbucare nel paesino di Fara si stringe in una strettissima e stupenda gola. Tra un po daremo un arrivederci a Monte Amaro.

Birra fresca in mano, stappiamo. Non sarà champagne, ma sei birre si toccano verso il cielo per la fine dell’impresa, e questo ci basta.

Primo sorso.

Bentornati nella lontananza dal cielo libero, dalle nuvole, dal profumo dell’erba. Potremo solo raccontarlo ma questo non riuscirà a trasmettere l’intesità di quello che abbiamo vissuto. I veri ricordi saranno dentro di noi. Ogni volta che vedrò quella maglia con i 2793mt orgogliosamente stampati sul petto, chiuderò gli occhi, e penserò a quel vento che in vetta mi ha soffiato di dosso una stanchezza che mai avevo provato prima. E non potrò fare altro che dare il mio arrivederci a Monte Amaro.

Testo di Francesco Marella Mail (will not be published) (required)

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