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La necropoli di Valenzano

LA NECROPOLI DI VALENZANO LA PARTE ARCHEOLOGICA

Le zone valenzanesi più note per delle scoperte archeologiche sono quelle chiamate in catasto: Taiuto, Padulo, Ghiastro, Macchie di S. Rocco.

“Necropoli”, non rappresentano solo cimiteri, ma occupavano molti spazi; e questo perchè i valenzanesi seppellivano i morti nei loro giardini, in fosse scavate nel masso e coperte da lastroni, orientate da est ad ovest, per le loro divine credenze.

Vi deponevano dentro vasi di maggiore o minore pregio o valore, a seconda del grado sociale del defunto e delle sue condizioni economiche e familiari, con armi e suppellettili varie.

Talora i parenti gettavano monete per i bisogni ultraterreni del morto (semplicistica e puerile illusione!), segno evidente della credenza filosofica nell’immortalità dell’anima umana.

Gli scavi più importanti sono stati fatti nei fondi dei sigg. Rossetti, Leuzzi, Lucente, De Bellis, comm. Collenza.

Le tombe trovate generalmente sono di tre categorie: a pila, incavate nel masso e superficiali.

Quelle a pila sono calate in corrispondente loculo, con buon vasellame ed ossa, coperte da lastroni cementati.

É frequente questa specie di sepolcro, formato da un grande sarcofago monolitico di tufo messo alla profondità di un metro e mezzo o due e chiuso, a sua volta, da un lastrone calcareo più duro.

Molte tombe di questo tipo furono rinvenute nel labirinto della villa D’Aloja.

Così pure era la tomba trovata presso la ferrovia verso Canneto, in un campo del comm. Troccoli, che fu presente al rinvenimento e all’apertura.

Le tombe incavate nel masso, pure ricoperti da lastroni, sono sottoposte a specchie di pietre, di cui molte demolite per alimentare i forni di calce.

Le tombe più sviluppate, quelle cioè approfondite in buche, erano pressochè tutte sormontate da un’alta lastra tufacea, che ci rappresenta una prima e rozza forma di stele sepolcrali.

L’arte di levigare la pietra e queste lastre tufacee talora dure come la pietra stessa non era conosciuta dalla popolazione locale, ma si ritiene che sia stata portata dai popoli conquistatori venuti dalla Grecia.

Il materiale certo non mancava, giacchè la nostra zona è ricca di tufo calcareo, che dai naturalisti viene chiamato pure pietra calcarea molle: è più o meno compatto e più o meno ripieno di testacei e di altri corpi marini.

Tale era la tomba della cui scoperta il prof. Gervasio ebbe in tempo sollecita notizia da parte del suo amico Vincenzo Brandonisio, che aveva una pregevole raccolta di vasi.

Ora questa sua apprezzata collezione si trova al Museo Consorziale di Bari, mentre non si ha notizie dell’altra collezione appartenuta all’avv. Michele Squicciarini.

Le tombe superficiali si trovano a poca profondità, scavate nella roccia, con umile vasellame, per lo più raggruppate a tombe più vaste. Queste sono le meno importanti, le meno significative e rappresntative.

Il Museo Consorziale di Bari e il Museo Nazionale di Taranto contengono un buon numero di vasi e di fibule ritrovate in Valenzano, parte di una importante collezione di ceramica geometrica, altri importanti pezzi appartengono ad una collezione di privati (comm. Troccoli, avv. Squicciarini ed altri).

Tutta la ceramica della necropoli arcaica di Valenzano va divisa in ceramica indigena e ceramica d’importazione.

La ceramica indigena si distingue in bicroma e in monocroma, entrambi in comune la qualità ed il colore pallido dell’argilla ben cotta e ben depurata.

Come ornamenti si distinguono figure umane e di animali. Oltre ai soliti vasi di argilla, più che preziosi, caratteristici, nelle tombe scoperte sono state trovate bacini di bronzo, fibule di bronzo (24), di ferro e d’argento, fili di oro a sette giri di spirale braccialetti di forte filo di bronzo, collane d’ambra

(quella trovata nella tomba Troccoli era formata di circa ottanta grani di ambra, tutti lisci a forma di dischi), cuspidi di lancia di ferro (nella tomba citata furono trovate due lance: una lunga 29 cm. e l’altra 50 cm.) e frammenti di bronzo appartenenti a coppe rovinate.