“Le cinque rose di Jennifer”, l’agrodolce realtà di una vita ai margini

“Le cinque rose di Jennifer”, l’agrodolce realtà di una vita ai margini

Volge quasi al termine la rassegna estiva di “Teatro alla Deriva”, durante la quale gli spettacoli si svolgono interamente su di una zattera che funge da palcoscenico galleggiante nel silenzioso scenario di fondo offerto dalle Stufe di Nerone.
Per il terzo apputamento, Giovanni Meola – che cura la direzione artistica anche di questa sesta edizione -, ha voluto “Le cinque rose di Jennifer”, celeberrimo testo dell’altrettanto celebre drammaturgo Annibale Ruccello, uno dei portatori sani del napoletano misto allo stabiese di cui fu grande cultore. In scena, a dar voce e volto ai personaggi di Ruccello, Ernesto Lama ed Elisabetta D’Acunzo, diretti da Peppe Miale.
jennif-2Anni ’70, siamo a Napoli, nella zona più vernacolare della città. L’azione si svolge all’interno del monolocale nel quale abita Jennifer, un travestito che vive da solo e che della solitudine fa sua compagna fedele. Le sue giornate trascorrono oscillando tra il terrore – nascosto – innescato dalla presenza di un serial killer che miete vittime nel suo quartiere e l’attesa della telefonata di Franco, un suo recente flirt partito per Milano. Come una malinconica Penelope, fa della radio la sua tela, dedicandogli ogni giorno “Se perdo te” di Patty Pravo, attendendo che il telefono squilli, annunciando il suo ritorno. Il tempo scorre, e i compulsivi preparativi di Jennifer nella vana attesa della venuta improvvisa del suo uomo, sono interrotti dagli annunci della cronaca nera dell’ennesimo omicidio “firmato” dal serial killer con le solite cinque rose e dal telefono che sembra burlarsi della sua pazienza, che per un disguido intercetta tutte le chiamate del quartiere. Unica presenza fisica è Anna, un altro travestito che vive lì vicino con la sua adorata gatta Rosinella e che, per il medesimo disservizio, si reca da Jennifer in attesa di una telefonata di risposta ad un annuncio amoroso. Le due passano da un’iniziale diffidenza ad un racconto reciproco, che si interrompe bruscamente quando Jennifer decide di rimanere sola ad aspettare Franco. Anna ritornerà poco dopo, accusandola del feroce omicidio della sua gatta. Fuori piove, Jennifer resta di nuovo sola, la tavola è pronta per una cena romantica, e con le cinque rose destinate ad essere complemento languido di un mancato incontro, giunge al tragico epilogo, sparandosi.
La delicatezza e il micro mondo delle pagine di Ruccello commuovono anche solo a leggerne una bieca trama, eppure in scena le risate abbondavano.
La Jennifer di Ernesto Lama è un travestito poco manieristico, spesso eccessivo nella genetica mascolinità dell’attore. Credibile nella povertà che lo circonda e delle cui briciole compone i suoi pasti, il personaggio restituito risulta convincente e coinvolgente nella sua chiave comica, generata da un’ingenuità quasi disarmante, ma che perde il suo spessore proprio per l’assente contropartita della stessa. L’apparente frivolezza degli abiti, dei maniacali preparativi, delle futili chiacchiere spese al telefono con gli sconosciuti e la finta noncuranza della minaccia del serial killer sono, infatti, solo il lato visibile di una celata, profonda malinconia e di una solitudine immensa. Un fiume che scorre sottostante e che non può avere come unica foce il triste momento finale nel quale l’attore si è espresso in modo maturo, ma tardivo. La bravura è indiscussa ed è palese, perché la distrazione – possibile effetto collaterale di una sorta di one man show – non ha mai fatto capolino tra il pubblico.
Forse la scelta registica è stata mirata a creare affezione negli spettatori attraverso l’umorismo e la leggerezza, ma la messinscena di un testo di Ruccello richiede la mescolanza di registri multipli e indissolubilmente legati da un reciproco rapporto osmotico, per cui un elemento ne genera un altro, e solo nell’insieme si ottiene la materia umana. Quella che fa piangere e ridere insieme, quella che parla con il testo ma pulsa nel sottotesto, senza il quale anche il finale perde l’amaro simbolismo che si muove silenzioso tra i tre grandi protagonisti dell’opera: le rose, il killer e la solitudine. Senza di esso le rose sono solo fiori; il killer e la solitudine due entità separate e senza volto.

Di Emanuela Esposito